Le tensioni a Gaza City raggiungono una nuova fase di emergenza con il piano israeliano di evacuare circa un milione di persone verso il sud della Striscia. La presidente del Comitato Internazionale della Croce Rossa, Mirjana Spoljaric, ha espresso una netta condanna di questa manovra, sottolineando come non sia realizzabile in modo sicuro o umano nelle condizioni attuali. Mentre gli attacchi contro quartieri popolosi intensificano, cresce la preoccupazione internazionale per la situazione dei civili e la logistica di un esodo forzato.
Croce Rossa internazionale: i pericoli di un’evacuazione di massa a gaza city
Mirjana Spoljaric, alla guida del Comitato Internazionale della Croce Rossa, ha definito il piano israeliano per l’evacuazione di Gaza City “impossibile da effettuare in modo sicuro e dignitoso” con le condizioni attuali. La sua dichiarazione arriva in un momento in cui il conflitto condiziona pesantemente le infrastrutture e la sicurezza nella zona. Secondo la Croce Rossa, l’idea di spostare un milione di persone, soprattutto nelle condizioni di guerra, rappresenta un rischio enorme, con vie di fuga limitate e un ambiente già devastato.
L’accusa va oltre la mera critica tecnica: Spoljaric ha qualificato questo piano anche come “incomprensibile”, segnalando che non si sta tenendo conto della realtà sul terreno. Le strade, spesso bombardate o bloccate, non garantiscono l’accesso sicuro a chi dovrebbe lasciare la città. In più, la mancanza di servizi essenziali e la scarsità di aiuti umanitari rende l’operazione particolarmente rischiosa per la popolazione più vulnerabile, tra cui bambini, anziani e malati.
La Croce Rossa da sempre monitora la situazione nei conflitti e interviene per tutelare i civili. In questo caso, con la guerra in corso e il brusco aumento delle ostilità, appare chiaro che un’evacuazione di tale portata rischia di generare ulteriori sofferenze e pericoli, invece di proteggerli.
Attacchi israeliani su gaza city: impatto sul tessuto urbano e civile
L’offensiva israeliana su Gaza City si è intensificata nelle ultime settimane, con bombardamenti mirati a quartieri densamente abitati come Sabra, Sheikh Radwan e Zeitoun. Questi attacchi hanno causato numerose vittime, inclusi donne e bambini, facendo aumentare il bilancio civile già grave.
Fonti locali e agenzie internazionali hanno riportato che in un solo giorno sono morte almeno 79 persone, mentre dall’inizio del conflitto si supera un totale di 63.000 palestinesi uccisi. Le cifre indicano un impatto severo sulla popolazione, con ospedali e strutture mediche in difficoltà per far fronte all’emergenza.
Le aree colpite da esplosioni e raid aerei risultano profondamente danneggiate. Le abitazioni, spesso costruite in modo denso e senza vie di fuga multiple, mostrano crepe e crolli che impediscono spostamenti rapidi e sicuri. Queste condizioni esacerbano il rischio per chi deve fuggire o si trova intrappolato tra le rovine.
In aggiunta al bilancio umano si registra anche una crisi delle risorse essenziali. L’energia elettrica è intermittente, l’acqua potabile scarsa, e gli ospedali operano con scorte limitate di medicinali. Questo peggiora la qualità della vita e rende qualsiasi operazione di evacuazione o soccorso ancora più complicata.
Piano israeliano per spostare un milione di palestinesi: obiettivi e criticità
L’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione di circa un milione di persone da Gaza City verso il sud della Striscia, con l’intento di avviare un’occupazione militare prima del 22 settembre, data del Capodanno ebraico, Rosh Hashanà. L’idea è quella di liberare la capitale della Striscia da civili per facilitare un’azione militare più diretta.
L’IDF sostiene che le infrastrutture nel sud di Gaza siano pronte ad accogliere gli sfollati, con luoghi setacciati per garantire cibo, acqua e assistenza. Tuttavia, queste rassicurazioni non trovano riscontro negli esperti umanitari che denunciano difficoltà pratiche.
Spostare un numero così alto di persone su distanze limitate in un territorio martoriato dal conflitto comporta problemi logistici enormi. Le vie di comunicazione spesso risultano inagibili o bloccate dalle operazioni militari. Il rischio di incidenti, collassi e ritardi è alto. I servizi di emergenza, già sotto pressione, non potrebbero gestire un flusso così massiccio senza gravi conseguenze.
La Croce Rossa contesta la dignità dell’operazione, mettendo in evidenza che, anche se si trovassero sistemazioni temporanee, le condizioni sul terreno renderebbero le persone esposte a nuove privazioni o pericoli. Lo spostamento forzato in area ostile alla sopravvivenza quotidiana, senza garanzie di sicurezza, alimenta quindi dubbi e preoccupazioni.
L’equilibrio tra strategia militare e tutela dei civili resta fragile. La situazione sul campo mostra che l’intento di Israele di controllare la città si scontra con la realtà delle condizioni in cui vivono i palestinesi.
Il quadro che emerge dopo la denuncia della Croce Rossa e la risposta militare israeliana riguarda un’escalation di violenze e uno spostamento forzato di civili, che si prospetta difficoltoso e rischioso. Nel frattempo, la popolazione di Gaza City rimane al centro di una crisi dai molteplici aspetti, mentre gli operatori umanitari continuano a monitorare senza interrompere l’appello per condizioni di maggiore sicurezza e umanità.