Il nuovo documentario di Gianfranco Rosi, in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2025, propone un ritratto intenso di Napoli e del suo territorio. Attraverso il bianco e nero come linguaggio narrativo, il regista descrive una città sospesa tra passato e futuro, immersa in paesaggi che alternano bellezza naturale e precarietà quotidiana. Il film uscirà nelle sale il 18 settembre e si concentra sui silenzi e le sfumature di un territorio segnato da storia, natura e vita popolare.
Il progetto di Rosi: Napoli vista come macchina del tempo tra storia e vita presente
Gianfranco Rosi definisce Napoli come una grande macchina del tempo, dove il cambiamento è rapido e continuo ma resta legato a un passato visibile in ogni angolo. Il documentario nasce da tre anni di riprese nel golfo di Napoli, tra le aree del Vesuvio e dei Campi Flegrei. Questa zona si presenta come un paesaggio sospeso, ricco di simboli archeologici e naturali, dove la terra a volte trema e si intravedono fumarole ancora attive. Napoli diventa così un teatro di storie diverse: abitanti, turisti, archeologi al lavoro sulle rovine, e spazi cittadini partecipi di una vita sospesa tra riti quotidiani e eventi eccezionali.
La presenza di elementi come cavalli da trotto che si allenano sulla spiaggia o il centralino dei vigili del fuoco, impegnati a gestire le piccole e grandi emergenze della città , evidenzia la complessità di un luogo in cui natura e società convivono con paura e speranze. Il porto di Torre Annunziata, con la nave siriana che scarica grano ucraino, aggiunge un ulteriore livello di attualità e connessione globale. Rosi esplora con attenzione le zone più nascoste e meno conosciute, offrendo uno spaccato che sfugge ai consueti stereotipi legati alla città .
La scelta del bianco e nero come strumento narrativo per raccontare Napoli
La decisione di utilizzare il bianco e nero in Sotto le nuvole non è dettata da motivi estetici, spiega Rosi, ma rappresenta un linguaggio narrativo calibrato per dare profondità al racconto. Il bianco e nero attenua il contrasto e accompagna lo spettatore a superare le visioni superficiali o stereotipate di Napoli. Luci e ombre si intrecciano per mettere in evidenza le sfumature del film, ponendo al centro non solo l’immagine ma anche il silenzio, elemento chiave della narrazione.
I silenzi sono molteplici e articolati, spesso accompagnati da rumori urbani appena percepibili o dalla voce fuori campo delle telefonate al centralino dei vigili del fuoco. Nelle chiamate si avverte la paura, presente nella quotidianità degli abitanti di questa zona soggetta a eventi naturali come terremoti e scosse. Le persone che chiamano restano invisibili, ma la loro voce evoca il dramma e trasmette un senso intenso di precarietà e vulnerabilità . Rosi raccoglie questi dettagli per costruire un’immagine non solo visiva, ma quasi tattile della città .
Napoli, Vesuvio e Campi Flegrei tra natura minacciosa e memoria storica
Il film si svolge in un ambiente di grande valore simbolico e naturale. Il Vesuvio, presente come vulcano attivo ma silenzioso, domina il paesaggio e rappresenta una minaccia costante per chi vive intorno. Jean Cocteau diceva che il Vesuvio “fabbrica tutte le nuvole del mondo”, un’immagine che assume significato osservando le nuvole che spesso coprono le montagne circostanti e che nel film diventano motivo di sospensione delle riprese. I Campi Flegrei, con le loro fumarole, completano questo quadro di natura attiva e imprevedibile. Sono luoghi di archeologia e storia, dove frammenti e statue nei musei raccontano una lunga e complessa vicenda umana.
Questi elementi creano una tensione tra la memoria antica e la vita presente, mai separata da un passato che si percepisce ancora vivo e influente. L’ambiente trasmette storie, ma anche paure che emergono nel quotidiano, come il timore del terremoto o la convivenza con un territorio soggetto a continue mutazioni naturali.
Silenzi, paura e resilienza degli abitanti nel racconto di Rosi
L’aspetto emotivo e umano del documentario si sviluppa attraverso la rappresentazione delle pause e dei silenzi, spesso più eloquenti delle scene d’azione. La paura attraversa il film, declinata nelle diverse forme che assume nella vita degli abitanti. La minaccia sismica costante si traduce in chiamate frequenti ai vigili del fuoco, non solo per emergenze naturali ma anche per richieste legate a insicurezze quotidiane, piccoli disagi o tensioni sociali.
La voce delle persone al telefono resta nascosta, mentre si percepisce il loro bisogno di conforto e protezione. Questi elementi costruiscono una dimensione intima e collettiva insieme, delineando un quadro in cui la paura si mescola alla forza di chi continua a vivere nonostante tutto. Le immagini mostrano una città viva, complessa e mai banale nel suo continuo trasformarsi.
Un approfondimento sulla contemporaneità e le riflessioni di Rosi Su Gaza e la protesta
Oltre a raccontare Napoli, Rosi lascia emergere riflessioni legate al contesto globale. Durante le interviste, il regista ha richiamato la propria esperienza di osservatore delle proteste a Gaza. Ha sottolineato come solo chi vive realmente quella condizione possa comprendere le dinamiche e la gravità della situazione. Rosi sostiene il diritto di protesta ma esprime il timore che questo impegno possa svanire rapidamente, lasciando spazio a un ritorno all’egoismo e all’indifferenza quotidiana.
Questa posizione si inserisce nel percorso del suo cinema, che cerca di restituire voce e sguardo a situazioni complesse, senza semplificazioni o giudizi facili. Ricordando la vittoria del Leone d’oro nel 2013 con Sacro GRA, film che mostrava la periferia di Roma, conferma l’importanza di continuare a raccontare storie spesso invisibili, affidandosi a uno sguardo attento e discreto.
Con Sotto le nuvole Gianfranco Rosi porta l’attenzione su un territorio che resta in equilibrio tra memoria, natura e vita contemporanea, mettendo in scena una Napoli lontana dai cliché ma vicina nella sua dimensione più autentica e fragile.