Marzi Wildauer: l’atopia e il massacro di Trieste nel 2026
Il libro di Maurizio Marzi Wildauer esplora la storia di Trieste, evidenziando come la sua evoluzione verso un ambiente multiculturale abbia favorito l'emergere di nazionalismi e conflitti etnici.
Il libro “Il genio di Trieste” di Maurizio Marzi Wildauer analizza come Trieste, una città prospera e cosmopolita per secoli, sia diventata un terreno fertile per nazionalismi e conflitti etnici. L’autore propone che la trasformazione di Trieste possa essere attribuita al concetto di “atopia”, inteso come un luogo privo di radicamenti culturali e storici.
Marzi Wildauer sottolinea che l’idea di “genio” nel titolo si riferisce allo spirito che guida il destino degli individui e del luogo. Egli identifica la creazione di Trieste come città moderna, iniziata con gli Asburgo nel 1719, quando fu istituito il porto franco. Questo evento portò a profondi cambiamenti culturali ed economici, trasformando Trieste in una città senza un passato definito, abitata da persone giunte da fuori per motivi commerciali.
Il sovrano Giuseppe II contribuì a questa metamorfosi, sostituendo le tradizioni religiose con il commercio e ristrutturando la città in modo da promuovere un ambiente multiculturale e laicizzato. Marzi cita storici che evidenziano come, in breve tempo, più della metà degli abitanti non fosse originaria di Trieste, modificando radicalmente il concetto di appartenenza al luogo.
Il confronto con il nazionalismo
Francesco Magris, nella prefazione del libro, descrive la tesi di Marzi come innovativa. Secondo Magris, la società cosmopolita di Trieste, che sembrava aver superato le differenze culturali e religiose, non riuscì a resistere all’emergere dei nazionalismi a causa della sua natura artificiale. La fragilità di questa società, priva di radicamenti culturali, la rese vulnerabile agli eventi politici. Il primo conflitto significativo a Trieste scoppiò nel 1868, ma fu nel ‘900 che la città, con i suoi 300mila abitanti, subì il peso di due guerre mondiali e tensioni etniche, cancellando oltre 200 anni di storia cosmopolita.
Marzi osserva come il fascismo, che si affermò in un contesto di grande instabilità, mirasse a consolidare l’italianità, espellendo gli slavi e opponendosi a qualsiasi forma di inclusione. Al contrario, la massoneria si presentava come un luogo di accoglienza per le diverse identità politiche, rappresentando un filo di unione in una città sempre più frammentata.
Fonte: www.ansa.it




