40 anni di giornalismo: la mia pagina bianca, ogni giorno una nuova sfida – Angelo Perfetti, direttore de Il Faro Online si racconta
L’8 luglio 1986 è una data che non dimenticherò mai. Quel giorno ho scritto il mio primo articolo. Davanti a me c’era una pagina bianca da riempire, proprio come accade ancora oggi.
Era la cronaca di un convegno dedicato al calciomercato del settore giovanile. Se lo rileggo oggi, sorrido. Avevo commesso praticamente tutti gli errori possibili: la notizia principale l’avevo relegata nelle ultime righe, invece di metterla in apertura, e il titolo era decisamente poco incisivo. Ma era il mio debutto assoluto. Non conoscevo quasi nulla del giornalismo. Mi stavo semplicemente tuffando in un mare sconosciuto, con tutta l’incoscienza e l’entusiasmo dei vent’anni.
Come è cambiato il mio modo di fare giornalismo
Se oggi dovessi riscrivere quell’articolo, lo farei in maniera completamente diversa. Cambierebbe la struttura, cambierebbe il titolo, cambierebbe il linguaggio.
C’è però una cosa che sarebbe identica: l’entusiasmo.
Perché il giornalismo non è mai stato soltanto un lavoro. Per me è una missione. È una passione che ti accompagna ogni giorno, una responsabilità verso i lettori, un servizio pubblico ma anche un enorme privilegio.
Nel corso degli anni passano sindaci, presidenti, parlamentari e perfino i Papi. Il giornalista, invece, continua a raccontare ciò che accade. Rimane lì, davanti alla sua pagina bianca, fino a quando la vita gli concede di farlo.
Ed è proprio questa pagina bianca che, ancora oggi, non mi spaventa. Al contrario, mi emoziona. Ogni giorno rappresenta una nuova mappa da esplorare.
Perché amo raccontare il mondo
Forse è anche per questo che sono sempre stato un appassionato di Star Trek.
L’idea di esplorare nuovi mondi, di andare dove nessuno è mai arrivato prima, assomiglia incredibilmente al lavoro del giornalista: cercare storie che ancora non sono state raccontate, trovare risposte dove gli altri vedono soltanto domande.
Allo stesso modo amo profondamente la storia. Per me il passato è semplicemente il presente vissuto da qualcun altro. E conoscere ciò che è stato significa comprendere meglio ciò che accade oggi.
Il privilegio di vivere mille vite in una sola
C’è una cosa che il giornalismo mi ha regalato e che nessun’altra professione, almeno secondo la mia esperienza, riesce a offrire.
Mi ha permesso di vivere.
Con la V maiuscola.
Ricordo giornate che sembravano racchiudere un’intera esistenza. La mattina ero nei campi con gli agricoltori che mi mostravano le impronte dei lupi e dei daini e i danni provocati alle coltivazioni. Poche ore dopo mi ritrovavo sul tetto di un edificio insieme a un ingegnere, intento a spiegarmi il funzionamento del più grande impianto fotovoltaico del Centro Italia.
La sera partecipavo a una cena di gala accanto a ministri, parlamentari e alti prelati.
La mattina seguente ero seduto nel soggiorno di una famiglia delle case popolari che non sapeva più dove andare.
Potrei raccontare centinaia di episodi simili. Persone straordinarie e persone difficili. Momenti felici e altri drammatici.
Il senso, però, è uno solo: questo mestiere ti porta dentro la vita vera.
Il giornalismo come servizio a chi non ha voce
Se c’è un principio che ha guidato il mio percorso professionale è questo: il giornalismo deve essere al servizio delle persone.
Non significa pensare di risolvere ogni problema. Sarebbe presuntuoso.
Significa ascoltare.
Ascoltare chi vive un’ingiustizia, chi affronta una difficoltà, chi ha una speranza da raccontare o una denuncia da fare.
Il nostro compito è trasformare quella voce in un megafono, dare visibilità a chi rischia di rimanere invisibile.
Questo è stato il mio modo di intendere il giornalismo in quarant’anni di professione.
Il giornalismo nell’era del web e dell’intelligenza artificiale
Nel frattempo il mondo dell’informazione è cambiato radicalmente.
Un tempo il giornalista aveva soprattutto il compito di dare le notizie.
Oggi le notizie arrivano sul web in tempo reale, spesso ancora prima che una redazione possa verificarle. E, sempre più frequentemente, non sono i giornalisti a diffonderle per primi.
Il nostro ruolo, allora, è diventato un altro.
Oggi dobbiamo spiegare i fatti, contestualizzarli, verificare le fonti, trovare i documenti, leggere le carte, rispondere alle domande che ogni notizia inevitabilmente genera.
L’informazione di qualità non consiste più soltanto nel raccontare cosa è successo, ma soprattutto nello spiegare perché è successo e quali conseguenze avrà per i cittadini.
Quarant’anni tra carta, web, radio e televisione
In questi quarant’anni ho attraversato redazioni locali e nazionali, quotidiani cartacei e testate online, settimanali, mensili, radio e televisioni.
Ogni esperienza mi ha insegnato qualcosa, ma nessuna ha cambiato ciò che provo ogni volta che apro un nuovo documento sul computer.
Davanti a me c’è sempre quella pagina bianca.
È la stessa dell’8 luglio 1986.
La differenza è che oggi so quanto sia preziosa.
Ogni giorno rappresenta una nuova occasione per raccontare il mondo e, magari, aiutare qualcuno a comprenderlo un po’ meglio.
Per questo continuo a ringraziare Dio per il privilegio di poter fare il mestiere che amo.
E mi concedo anche una piccola nota polemica finale: sono felice di appartenere a una generazione che ha imparato a scrivere quando l’intelligenza artificiale non esisteva ancora. Oggi può essere uno strumento utile, ma il cuore del giornalismo resta quello di sempre: la curiosità, l’esperienza, la capacità di ascoltare e il coraggio di raccontare la verità.




