Nuove scoperte sul manoscritto di Campana: il ‘Più lungo giorno’ non è mai stato perduto

Nuove scoperte sul manoscritto di Campana: il 'Più lungo giorno' non è mai stato perduto
Foto: www.ansa.it
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di Redazione Gaeta.it

Nuove ricerche sul manoscritto 'Il Più lungo giorno' di Dino Campana rivelano motivazioni politiche e personali dietro la sua mancata restituzione, con contributi del Centro Studi Campaniani e un saggio curato da Chiari e Scarpi.

Il caso della mancata restituzione del manoscritto ‘Il Più lungo giorno’ di Dino Campana, poeta vissuto tra il 1885 e il 1932, potrebbe essere spiegato da tre motivi principali: il pregiudizio nei confronti della sua salute mentale, la sua distanza dal Fascismo e l’intenzione di sabotare la sua carriera letteraria. Questo episodio, che risale a un secolo fa, ha suscitato diverse interpretazioni, tra cui l’ipotesi che Giovanni Papini, uno dei destinatari del manoscritto, lo avesse nascosto per rancore.

Ardengo Soffici, l’altro destinatario, dichiarò di aver perso il manoscritto durante un trasloco. Tuttavia, un nuovo saggio intitolato ‘Come lavora il genio. Il Villon ritrovato e altre scoperte’, curato da Leonardo Chiari e Walter Scarpi per le edizioni ‘Tempo al libro’, offre nuove prospettive sulla questione, grazie all’iniziativa del Gabinetto Vieusseux.

Il Centro Studi Campaniani di Marradi ha contribuito a questa ricerca, raccogliendo 14 saggi inediti che approfondiscono le ultime scoperte su Campana. Walter Scarpi ha dichiarato che alcune di queste nuove informazioni potrebbero cambiare radicalmente le interpretazioni precedenti, in particolare riguardo alla leggenda del manoscritto perduto. Giovanni Cavagnini, uno degli autori, sostiene che il manoscritto non è mai stato realmente perduto, ma piuttosto occultato e trascurato.

Nel dicembre del 1913, Campana consegnò il manoscritto in copia unica a Papini e Soffici, chiedendo il loro aiuto per la pubblicazione. Dopo aver ricevuto una proposta insoddisfacente, chiese la restituzione, ma il manoscritto non gli fu mai restituito. Le sue continue lettere nel corso degli anni, che prefiguravano il suo deterioramento mentale, non portarono a risultati, nemmeno quando minacciò di recarsi a Firenze per “farsi giustizia”.

Cavagnini si interroga sulle motivazioni di Soffici riguardo al non divulgare il manoscritto durante il regime fascista. Secondo le sue ipotesi, le ragioni sarebbero sia personali che politiche. Per Soffici, la vicenda rappresentava un imbarazzo, soprattutto considerando il suo impegno politico, che lo portò a firmare il Manifesto della razza nel 1938 e a diventare accademico d’Italia l’anno successivo.

In aggiunta, il contesto politico dell’epoca non era favorevole alla memoria di Campana, che non si allineava con i valori del regime. Campana, infatti, era un uomo che aveva trascorso del tempo in manicomio e la sua figura non si prestava a essere celebrata in un’Italia fascista, dove l’internamento psichiatrico veniva utilizzato come strumento di controllo sociale.

Il manoscritto di Campana fu finalmente pubblicato nel 1973, due anni dopo la morte di Soffici.

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