Francia e Regno Unito, due delle maggiori economie del G7, stanno affrontando una fase delicata, sia sul fronte economico che politico, in vista del 2026. Entrambi i Paesi si trovano con debiti pubblici e deficit elevati, che mettono in allerta i mercati. In Francia si profila una crisi di governo, mentre nel Regno Unito si torna a parlare di una possibile crisi simile a quella di fine anni ’70. L’idea che il Fondo Monetario Internazionale , finora intervenuto soprattutto in paesi emergenti o in difficoltà, possa entrare in scena desta preoccupazioni a livello globale.
Francia, tra debito record e governo Sull’orlo del baratro
Nel 2024 la Francia ha chiuso con un deficit pubblico al 5,8% del Pil e un debito che ha superato i 3.345 miliardi di euro, cioè il 114% del Pil. Numeri pesanti, che pesano su un quadro politico già incerto. Il primo ministro François Bayrou dovrà affrontare una mozione di sfiducia l’8 settembre 2025, proprio mentre il governo deve varare la legge finanziaria per il 2026.
Il ministro dell’Economia Eric Lombard cerca di rassicurare: per ora, dice, la Francia non rischia un intervento del FMI o della Bce, perché ha risorse a disposizione e punta a tagliare il deficit al 4,6% entro il 2026. Ma i mercati restano nervosi: lo spread sui titoli di Stato francesi a 10 anni è a 79 punti sopra il Bund tedesco, segnale che il rischio percepito è più alto rispetto ad altri paesi dell’Eurozona.
Il peso del debito si fa sentire anche sulla spesa pubblica: una fetta sempre più grande delle risorse viene assorbita dagli interessi sul debito, a scapito degli investimenti per crescita e welfare. La Francia, storicamente un pilastro dell’Europa, sembra ora in difficoltà, con economia e stabilità politica che vacillano.
Regno Unito, l’incubo anni ’70 torna a bussare alla porta
Anche il Regno Unito guarda al futuro con preoccupazione, temendo una crisi economica che ricordi quella del 1976, quando il governo laburista di James Callaghan dovette chiedere un prestito urgente al FMI. Andrew Sentance, ex membro del board della Bank of England, avverte che la politica economica del governo Starmer sta arrivando a un punto critico. Il debito pubblico nel 2024-25 potrebbe toccare il 96% del Pil, con un deficit previsto al 5,1%.
La cancelliera dello Scacchiere Rachel Reeves viene criticata per una manovra fiscale definita “tax-and-spend” proprio mentre il costo degli interessi sul debito sale, limitando le risorse per altri settori. Lo spread britannico sui titoli di Stato a 10 anni è intorno ai 200 punti sopra il Bund tedesco, più del doppio rispetto alla Francia e persino superiore a quello della Grecia: un segnale chiaro della diffidenza degli investitori.
Nel 2025 il costo degli interessi sul debito britannico potrebbe arrivare a 128 miliardi di euro, molto più dei 85 miliardi italiani. In questo clima si fanno sentire le voci che chiedono un intervento internazionale. Nigel Farage, leader di Reform UK, ha detto che la situazione è tornata ai livelli degli anni ’70, mentre Kemi Badenoch ha ricordato i momenti di crisi legati al FMI, sottolineando che se la crisi si aggrava saranno i conservatori a doverla gestire. Il Tesoro britannico ha bollato queste previsioni come infondate, ma l’allarme resta forte.
Fmi: un aiuto possibile ma limitato per le grandi economie europee
Il Fondo Monetario Internazionale, finora intervenuto soprattutto in paesi emergenti o in difficoltà note, è ora al centro delle discussioni per un possibile ruolo in economie avanzate come Francia e Regno Unito. Il ministro Lombard ha escluso un intervento imminente di FMI o Bce, ma ha ammesso che il rischio non può essere del tutto scartato, alimentando così le speculazioni sui mercati.
Un’analisi del Wall Street Journal ricorda che il FMI ha una capacità di prestito intorno a mille miliardi di dollari: sufficiente per stabilizzare paesi come Sri Lanka o Pakistan, e in passato ha coperto il salvataggio della Grecia con 32 miliardi di euro distribuiti in cinque anni. Ma il debito complessivo di Londra e Parigi si avvicina agli 8 mila miliardi di dollari, molto più di quanto il Fondo potrebbe sostenere.
Un eventuale intervento, quindi, sarebbe complicato. Questi Paesi sono troppo grandi per essere salvati da un singolo organismo. Qui si applica il concetto di “too big to fail”: una crisi in Francia o Regno Unito rischia di travolgere partner economici e di scatenare una reazione a catena a livello globale.
La situazione resta in bilico. Nei prossimi mesi sarà decisivo vedere come governi, mercati e istituzioni internazionali reagiranno a questi segnali di instabilità.