Lo scontro tra Italia e Francia sulla politica fiscale si è riacceso con una dichiarazione del primo ministro francese François Bayrou. A meno di una settimana dal voto di fiducia al suo governo, fissato per l’8 settembre 2025, Bayrou ha puntato il dito contro le pratiche italiane, definendo la politica fiscale del nostro Paese una forma di dumping. Questa accusa apre un confronto su un fenomeno che coinvolge diversi Stati europei e riguarda la mobilità di contribuenti ad alto reddito, oltre alla gestione del debito pubblico.
L’accusa di dumping fiscale: come l’Italia attrae capitali e contribuenti stranieri
Bayrou ha affermato che l’Italia sta adottando una strategia fiscale aggressive, offrendo condizioni particolarmente vantaggiose per attrarre individui e capitali da altri Paesi. Si tratta di un fenomeno noto come dumping fiscale, che consiste nell’applicare regimi ridotti o facilitazioni fiscali per richiamare residenti fiscali con redditi elevati. In Italia, la normativa prevede una tassa fissa annuale di 200.000 euro per chi trasferisce la propria residenza fiscale dall’estero e una totale esenzione dall’imposta di successione per 15 anni, vantaggi che attirano una fetta consistente di super-ricchi e investitori internazionali.
Questa politica ha il risultato di sottrarre risorse fiscali ad altri Stati, Francia compresa, che lamentano così una pressione fiscale più elevata sui cittadini restanti. L’offerta italiana si basa quindi su un regime fiscale fisso, che riduce il carico impositivo rispetto a quelle che sono le aliquote ordinarie applicate in molti altri Paesi europei, creando competizione a livello internazionale. La misura italiana è vista come una strategia per attrarre persone con alta capacità contributiva, ma allo stesso tempo suscita critiche da parte di chi vede questo come un modo per impoverire il proprio Paese di risorse fiscali.
Nomadismo fiscale e la sfida delle residenze per i super-ricchi
Alla base dell’accusa di Bayrou c’è anche il tema del “nomadismo fiscale”: il fenomeno per cui persone molto ricche spostano la loro residenza fiscale da uno Stato all’altro per avvantaggiarsi di regimi più favorevoli. In Europa, questo problema si manifesta soprattutto attraverso la scelta della residenza fiscale, che in Italia viene definita non solo sulla base della presenza fisica – oltre 183 giorni all’anno – ma anche in relazione al “centro degli interessi vitali” del contribuente.
Questo sistema permette un certo margine di manovra, che può condurre a contestazioni e verifiche da parte dell’Agenzia delle Entrate quando le autorità sospettano che la residenza fiscale sia stata stabilita per motivi esclusivamente fiscali, senza un effettivo radicamento nel territorio italiano. La competizione tra Stati per attrarre contribuenti con elevati introiti rappresenta una sfida anche per le amministrazioni fiscali, alle prese con casi di “nomadi digitali” o professionisti mobili che stabiliscono i propri domicili tenendo conto delle normative che garantiscono maggiori vantaggi economici.
Il fenomeno si ripercuote sui bilanci nazionali e sulle politiche fiscali perché consente a una fetta di ricchezza personale di “migrare” verso paesi con tassazioni più leggere, indebolendo così le risorse disponibili per il finanziamento dei servizi pubblici in altri Stati.
Il Giappone come modello: il debito pubblico nelle mani dei cittadini nazionali
Nel suo intervento, Bayrou ha contrapposto la situazione francese, caratterizzata dall’accumulo di debito pubblico, con il modello giapponese. Ha evidenziato come il Giappone detenga il 99% del proprio debito pubblico nelle mani dei cittadini giapponesi, una condizione che implica un maggior controllo interno sulle risorse e riduce la dipendenza da capitali esteri.
Questa caratteristica è rilevante perché protegge il paese dall’uscita improvvisa di capitali e dalla vulnerabilità legata ai mercati finanziari internazionali. In Francia, invece, una parte significativa del debito è detenuta da soggetti stranieri, e questo può indebolire la capacità del governo francese di gestire il proprio debito in modo autonomo.
Bayrou sottolinea che il denaro destinato a investitori stranieri non contribuisce allo sviluppo interno e alla stabilità economica come accade nel caso di debito detenuto da cittadini nazionali. Questa riflessione fa parte del più ampio dibattito sulla gestione del debito pubblico e sulle politiche fiscali che possono influire sui flussi di capitali, con conseguenze dirette sulla stabilità economica degli Stati.
Le parole del premier francese arrivano in un momento di crescente tensione tra paesi europei sulla gestione fiscale. La competizione per attrarre contribuenti ricchi e investimenti crea profonde divisioni sulle strategie da adottare per mantenere l’equilibrio tra attrattività internazionale e sostenibilità interna. La fermezza di Bayrou mostra come il tema rimanga al centro della discussione politica e fiscale in Europa.