Settimana cruciale per il caso Paragon: attese rivelazioni su spionaggio e intercettazioni in Italia
La settimana che sta per iniziare segna un momento decisivo per il caso Paragon, secondo quanto si apprende da fonti vicine a Mediterranea. L’organizzazione non governativa attende con crescente attenzione il report di Citizen Lab, che indaga sulle presunte attività di spionaggio condotte su almeno quattro utenze legate all’ONG, oltre a un centinaio di attivisti europei. Questo dossier, la cui pubblicazione è prevista per martedì, coincide con l’audizione al Copasir dei dirigenti italiani di Meta, l’azienda che gestisce piattaforme come Facebook e Instagram. Meta ha allertato le utenze interessate riguardo possibili infiltrazioni nei loro dispositivi tramite Graphite, un software controverso sviluppato dalla compagnia israeliana Paragon.
L’evoluzione del caso Paragon e le intercettazioni
Attualmente, sussiste la certezza che sette utenze italiane siano state sottoposte a intercettazione, come rivelato dal governo prima che il caso esplodesse nei media. Tra queste, quattro appartengono a attivisti di Mediterranea: Luca Casarini, capomissione dell’ONG; l’armatore Beppe Caccia; don Mattia Ferrari, cappellano; e David Yambio, fondatore di “Refugees in Libya”. Un’altra utenza è quella di Francesco Cancellato, direttore di Fanpage. Non si hanno notizie sui rimanenti due utenti, che potrebbero anch’essi essere collegati all’ambiente attivistico. Palazzo Chigi ha più volte ribadito, anche durante dibattiti parlamentari, che l’utilizzo di Graphite è avvenuto nel rispetto della normativa vigente, con dettagli ulteriori rimandati alla commissione preposta per la sicurezza nazionale.
Il Copasir ha ritenuto necessario ascoltare i direttori di Aise , Aisi e Dis per fare chiarezza. I dirigenti, Giovanni Caravelli, Bruno Valensise e Vittorio Rizzi, unitamente al direttore dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, Bruno Frattasi, e al procuratore generale della Corte di appello di Roma, Giuseppe Amato, hanno confermato che le operazioni effettuate con Graphite sono avvenute all’interno dei confini definiti dalla legge, salvo poi decidere di sospenderne l’uso in accordo con l’azienda.
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Il ruolo di Meta e il ‘cavallo di Troia’
Martedì prossimo sarà la volta dei dirigenti di Meta, società fondata da Mark Zuckerberg e proprietaria di Facebook, Instagram e WhatsApp. Secondo le informazioni disponibili, il software Graphite sarebbe riuscito a infiltrarsi nei dispositivi delle vittime attraverso un messaggio inviato tramite un’app di messaggistica istantanea. Questo metodo è stato descritto come un cavallo di Troia, un’attività ingannevole volta a facilitare l’accesso ai dati sensibili delle utenze compromesse.
Meta ha già avvisato i proprietari delle utenze compromesse, esortandoli a contattare Citizen Lab. Questo laboratorio, afferente all’Università di Toronto, è stato coinvolto non solo per bonificare i dispositivi telefonici ma anche per condurre un’indagine accurata sull’incidente. Un report dettagliato è atteso nei prossimi giorni e potrebbe finire in mano ai magistrati delle cinque procure incaricate di indagare sul caso: Roma, Palermo, Napoli, Bologna e Venezia. Questi organi stanno attualmente esaminando diversi aspetti dell’inchiesta, che rimane aperta e complessa.
Sebbene l’argomento susciti notevoli preoccupazioni, rimane da chiarire come l’operato delle istituzioni di sicurezza italiane e le eventuali responsabilità di Meta si intreccino in questa vicenda, ridisegnando il confine fra sicurezza nazionale e diritti individuali. La settimana in arrivo potrebbe fornire nuove chiavi di lettura, destando l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media nazionali e internazionali.
